Francesco Filizzola

FRANCESCO “BLU BIRD” FILIZZOLA

CANTAUTORE E TROMBETTISTA

francesco blu bird filizzola

"La mia formazione in campo musicale è stata largamente influenzata dall’ambiente familiare in cui sono cresciuto. Il nonno paterno era compositore di musica classica, mentre quello materno – contadino – era un profondo estimatore della musica folkloristica."

Qual è la relazione che intercorre tra la tua ricerca artistica e sonora e il mondo rurale della tua infanzia lucana?

La mia formazione in campo musicale è stata largamente influenzata dall’ambiente familiare in cui sono cresciuto. Il nonno paterno era compositore di musica classica, mentre quello materno – contadino – era un profondo estimatore della musica folkloristica. Un dualismo che si è rivelato fondamentale per me, perché fin da bambino ho sperimentato la fusione tra generi differenti, tra mondi apparentemente lontani che in realtà si incontrano spesso. Grazie al nonno materno, ho avuto modo di avvicinarmi alla musica popolare tradizionale nel luogo dove nasceva – dalla terra – dove, tra un lavoro nei campi e un altro, vi era chi strimpellava l’organetto e la fisarmonica. Il fatto di averla “vissuta” e ascoltata mi ha segnato. I miei testi e le musiche sono state contaminate; le mie origini mi hanno “marchiato”.

Raccontare le tradizioni della mia terra è un altro progetto che porto avanti. Credo che noi abbiamo il diritto di beneficiare della cultura tradizionale e rurale dei nostri paesi, ma anche il dovere di tramandarla alle generazioni future.

 

Quindi ricorri al dialetto nella scrittura dei tuoi testi musicali?

Il dialetto per me è fondamentale, mi permette di esprimere al meglio ciò che sento. Il dialetto è dotato di una forza espressiva che non possiede la lingua italiana. A Londra sono molto richiesti i miei brani dialettali che nel pubblico riescono a suscitare delle emozioni. Esprimendo me stesso e portando alla luce le mie vere origini sono riuscito a sperimentare qualcosa di originale, molto apprezzato nei club londinesi.

 

Si può parlare di innovazione per il mondo rurale e in che modo?

Il mondo rurale conserva il suo fascino. E' stato contaminato “dall’innovazione” ma ancora non completamente ed è riuscito a mantenere quella poesia, quella magia che lo contraddistinguono, che lo rendono – appunto – ‘rurale’.

L’innovazione è un’arma a doppio taglio da usare con parsimonia, evitando di alterare i caratteri socioculturali e ambientali di un territorio. Essa deve contribuire, anche attraverso nuovi canali come internet e i social media, a raccontare e a diffonderne la conoscenza locale in contesti più ampi, come si è verificato per esempio con la melanzana rossa e il fagiolo poverello di Rotonda.

 

Una ricetta, un luogo, un oggetto che ti riporta con la memoria alla tua infanzia lucana?

Un oggetto che per me simboleggia il mondo rurale dal quale provengo è sicuramente il forno a legna. Fare il pane non è solo impastare: è seminare e coltivare il grano, è raccoglierlo e macinarlo per poi panificare. Il pane per me è una vera e propria creazione, è la sintesi del mondo rurale. Il ragù di mia nonna è una ricetta a cui tengo in maniera particolare. Il suo profumo riempiva casa ogni domenica mattina. La nonna iniziava a cucinare dalle 7 di mattina e io, verso le 11, gustavo il sugo su una fetta di pane. Ecco, questo ricordo mi restituisce il mio personale senso della famiglia. Quando a Londra preparo il ragù mi viene sempre in mente la mia infanzia e le persone che ne hanno fatto parte.

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