Domenico Brancale

DOMENICO BRANCALE

Poeta, traduttore, performer e curatore d’arte

"...Poi giunge il pensiero e guardi tutto da lontano come se fossi davanti a un quadro, con quel velo di nostalgia sul cuore, e scopri che il luogo dove hai vissuto fa parte del mondo rurale."

Qual è il legame con la Basilicata e con la sua ruralità?

Sono nato a Sant'Arcangelo, un piccolo comune tra la provincia di Potenza e Matera, sulle colline che volgono verso la Magna Grecia e danno le spalle al Pollino. Ho vissuto lì tutta la mia infanzia, l'incanto che non potrà mai più ritornare. Il mare dietro l'orizzonte è stato il mio sogno. Ho cominciato a scrivere per oltrepassare quella soglia. Volevo essere natura e basta. E in quel momento lo ero. La Basilicata fa parte di questo stato d'animo. Sentirsi impotente dinanzi alla natura, riconoscere le proprie debolezze dinanzi a un'agave: questa è stata la lezione più alta che abbia mai ricevuto da qualcosa o qualcuno. Oggi quando la pressione del sangue aumenta vertiginosamente nei miei pensieri chiudo gli occhi e vedo quell'agave e, in qualche modo, sento di aver vissuto per un istante. Allora la quiete ritorna, ma so che non durerà a lungo. Ma col passare del tempo ho capito che si nasce dove si vive, dove si viene riconosciuti. E così città come Parigi, Venezia, Istanbul hanno assunto dentro di me la stessa portata del mio borgo natio. Le radici non appartengono solo al passato, esse stanno nel futuro. Si estendono negli incontri e quella che fu la prima s'intreccia all'ultima.

Cosa fosse per me il rurale? Non saprei dirtelo. Io vivevo il mio paese come se fosse una metropoli. Allo stesso modo che un ragazzo ha vissuto la propria città. La geografia, la storia conta poco quando sei tu stesso la natura. Poi giunge il pensiero e guardi tutto da lontano come se fossi davanti a un quadro, con quel velo di nostalgia sul cuore, e scopri che il luogo dove hai vissuto fa parte del mondo rurale.

Quali gli aspetti del mondo rurale lucano che hanno influenzato il suo lavoro?

Davanti al focolare ho scoperto che la voce era la vera fiamma che avrebbe alimentato la mia vita. Interi inverni a casa di mia nonna ad ascoltare i segreti di un tempo che sembrava non fosse trascorso. Quelle donne avvolte nel lutto sembravamo parlare solo con i morti con rituali e silenzi che in me si facevano magia e timore. La voce prima di tutto. Salmodiata, sussurrata, lamentata. Interminabili rosari attraverso i quali cercavo di venire a capo della mia voce. Quell'oralità ha segnato profondamente il mio "lavorio".

La scrittura è sempre stata per me una pratica della soglia, del precipizio, dell'orizzonte. Frequentare i burroni, i rami, le crepe dell'argilla, le controre ha dettato il mio rapporto con la parola. Tutti luoghi in cui l'eccitazione è direttamente proporzionata alla possibilità di cadere. Un po' come se fossi un funambulo. Non sono mai stato al sicuro in questi spazi. Non sarò mai al sicuro dentro la parola. Questo per dire che mi sono sempre piaciuti i margini. Mi verrebbe quasi da dire che la Basilicata è una terra di margine.

Qual è un luogo, un oggetto oppure una ricetta che evoca la sua infanzia lucana?

Per evocare l'infanzia bisogna evocare il rafano. Credo fosse durante la cena del martedì grasso. La pasta fatta in casa, non ricordo se fossero "maccarune a cannicelle" o "ricchietelle". Si usava grattarci sopra il rafano e al primo boccone voltarsi indietro per assicurarsi di trovare l'ombra della propria testa. Non vederlo era cattivo segno. Ma io quell'esperienza la provavo insieme ad alcuni amici con i quali nella calura dei pomeriggi estivi cercavo il rafano nei campi. Ce lo strofinavamo sotto il naso e gli occhi. La luce meridiana, le lacrime, 'a camàsce (quello sfinimento dovuto all'eccessiva calura), ci provocava vertigini.

Biografia

Domenico Brancale è nato Sant’Arcangelo e vive tra Bologna e Venezia. Ha scritto: Cani e Porci (Ripostes, 2001), L’ossario del sole (Passigli, 2007), Controre (Effigie, 2013) e incerti umani (Passigli, 2013). Ha curato il libro Cristina Campo In immagini e parole e tradotto Cioran, John Giorno, Michaux, Claude Royet-Journoud. Collabora con la Galerie Bordas, CTL-Presse e con le riviste “Anterem” e “Rifrazioni”. La sua ricerca sulla voce e sullo spazio ha prodotto numerose performance tra le quali: Questa deposizione rischiara la tua assenza  (Gasparelli Arte Contemporanea, 2009); Nei miei polmoni c’è l’attesa (Galleria Michela Rizzo, 2013); Se bastasse l’oblio (MAC di Lissone, 2014); Langue brulée (Palais de Tokyo, Parigi 2014); Abbiamo ancora bisogno di candele (Nomadica, Capo d’Orlando, 2014).